Limitare i danni al patrimonio famigliare

Anche se sembra una cosa ovvia, non sempre la famiglia fa tutto quello che è immediatamente possibile per limitare i danni al proprio patrimonio: conti correnti con doppia firma, bancomat o banconote in giro per casa, deleghe per riscossione di affitti o pensioni, sono tutte tentazioni a cui è meglio non sottoporre il vostro congiunto. Se si lavora insieme in una impresa famigliare, inoltre, occorre valutare con la massima freddezza possibile quanto questa collaborazione possa essere pericolosa ed eventualmente ridefinirne i termini e le condizioni, meglio se con l’aiuto di un professionista. Nel caso il giocatore sia collaborante ed abbia i criteri per una diagnosi “clinica” è anche possibile richiedere al giudice la nomina di un amministratore di sostegno cioè di una persona titolata a sottoscrivere per conto dell’interessato, e nel suo stesso interesse, atti di rilevanza economica (richiesta prestiti, vendita di oggetti) pena la nullità.  Questa richiesta può essere fatta anche senza l’aiuto di un legale, rivolgendosi, per esempio, ad appositi uffici esistenti presso l’ASL o presso alcuni comuni. Se la persona non è consenziente, in casi estremi, si potrebbe anche chiedere un provvedimento più grave, previsto dall’art. 415 del Codice Civile, come l’inabilitazione. Si tratta di un provvedimento della magistratura che rende nulli tutti gli atti non di ordinaria amministrazione compiuti senza l’assenso di un curatore Possono essere inabilitati, tra l’altro, “coloro che, per prodigalità o per abuso abituale di bevande alcoliche o di stupefacenti, espongono sé o la loro famiglia a gravi pregiudizi economici.” Si può senz’altro sostenere che destinare al gioco somme sproporzionate al reddito famigliare sia una forma di prodigalità. Il provvedimento può essere richiesto dal coniuge, dai parenti stretti, da suoceri, generi e nuore, ed anche dal convivente ma richiede sempre l’assistenza di un avvocato.