Immigrazione e altri problemi di identità

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Emigrazione/immigrazione, uso dannoso o uso disapprovato di sostanze, dedizioni patologiche

Dal punto di vista clinico (cioè di come affrontatre il problema della singola persona) chi lavora nei Servizi per le Dipendenze si pone, rispetto ai pazienti/utenti “stranieri”, tre interrogativi:

  • l’emigrazione/immigrazione in quanto tale, indipendentemente dal paese di partenza e dal paese di arrivo, potrebbe essere un fattore di rischio per le tossicomanie ?
  • se lo è, qual è il rapporto tra i due fenomeni?
  • come eventualmente questo rapporto potrebbe interferire con il trattamento del singolo paziente?

Questi tre quesiti prescindono dai riflessi che il rapporto emigrazione/ uso dannoso di sostanze/dedizioni patologiche potrebbe avere su:

  • i programmi di prevenzione primaria
  • i programmi di salute pubblica
  • le politiche sociali

perché questi aspetti, pure importanti, dovrebbero essere trattati in sedi diverse dagli ambulatori. Inoltre, prima di considerare i dati derivanti dall’esperienza clinica e/o dalla letteratura scientifica è forse opportuno riflettere sul significato che attribuiamo a due termini di uso comune chiedendoci, in primo luogo, chi è il “tossicodipendente” (o “dipendente”) per cui sono stati istituiti i SERT -SMI e chi è lo “straniero” che viene così definito nel linguaggio corrente.

Chi è il “tossicodipendente”, chi è “straniero”?

“Tossicodipendente”, “tossicomane”, “tossicofilo”, “psiconauta”,”disturbato”, “drogato”,”deviante”, “delinquente” : queste parole sono state di fatto spesso utilizzate per indicare uno stesso comportamento che è l’assunzione di sostanze vietate. L’uso di uno o dell’altro termine indica non caratteristiche della persona o di quello che fa ma interpretazioni di chi parla: malattia su basi biologico-farmacologiche, malattia mentale, degenerazione morale, atto antisociale, crimine. L’art. 120 del DPR 309/1990 , nell’istituire i SERT-SMI attribuisce a questi servizi il compito di offrire assistenza a tutte queste “versioni” del fenomeno che la legge vuole contrastare quando recita: “Chiunque fa uso di sostanze stupefacenti e di sostanze psicotrope può chiedere al servizio pubblico per le dipendenze o ad una strttura autorizzata (…) di essere sottoposto ad accertamenti diagnostici e di eseguire un programma terapeutico e socio-riabilitativo” Quali sino le sostanze stupefacenti o psicotrope è precisato dall’art. 13 della stessa legge: “tutte le sostanze e dei preparati indicati nelle convenzioni e negli accordi internazionali”. Dal punto di vista clinico, invece, i termini utilizzati sono stati il riflesso delle diverse teorie (o, per qualcuno, delle diverse “mode”) che hanno accompagnato gli interventi su un fenomeno specifico e ben noto sia a coloro che nesono affetti sia ai loro “terapeuti”. quello di chi vuole fortissimamente  smettere ma non ci riesce (qualunque sia la sostanza o il comportamento che si vorrebbe evitare e il regime legale che lo riguarda). Chi è dunque il tossicodipendente? (o l’alcolista-alcolizzato- ubriacone–buon bevitore? o il sessuomane, donnaiolo, seduttore? o il bulimico, obeso,ciccione, bello grasso, gourmet?): dipende! Ma non sempre da lui. Tutto ciò, infatti, è storicamente entrato ed uscito dai testi di medicina o dai trattati di criminologia (o, magari, direttamente dai manicomi e dalle carceri) a seconda di dove gli esperti e/o la società hanno deciso di mettere l’asticella della normalità: in genere più bassa per le donne, le persone di umili origini e gli stranieri, più alta per gli uomini, le classi dirigenti e gli “autoctoni”. In conclusione quando parliamo di rapporto tra “tossicodipendenza”  (o come la vogliamo chiamare) ed un qualsiasi fattore di rischio dovremmo tener conto del fatto che la serie di termini utilizzati ha significati:

  • correlati alle interpretazioni del parlante più che al fatto in sè;
  • variabili nel tempo e nello spazio;
  • condizionati dalla cultura di riferimento

Solo apparentemente più semplice sembra la definizione del termine “straniero”.